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Italian Translation: Grandi corporation cercano un ‘accordo di libero scambio‘ euro-statunitense per un ulteriore dominio globale

Grandi corporation cercano un ‘accordo di libero scambio‘ euro-statunitense per un ulteriore dominio globale

Una Nato economica? No, grazie!

The following is an Italian translation of my recent article, “Large Corporations Seek U.S.–European ‘Free Trade Agreement’ to Further Global Dominance,” courtesy of Gil Guy Sparks.

La Partnership di Investimento e Commercio Transatlantico è l’ultimo piano delle multinazionali per rafforzare la loro presa sul pianeta.

di Andrew Gavin Marshall

Sta emergendo un ordine mondiale di corporation, e come ogni parassita, sta lentamente uccidendo il suo ospite. Purtroppo, “l’ospite” sembra sia il pianeta, e tutta la vita su di essa e al suo interno. Così, mentre l’estinzione delle specie sarà il risultato finale dell’accettazione passiva di un mondo a guida aziendale, dall’altra parte, essa è molto redditizia per le corporation e i loro azionisti.

La Partnership di Investimento e Commercio Transatlantico (TTIP) è l’ultima agenda a guida aziendale in ciò che viene comunemente definito un “accordo di libero scambio“, ma che in realtà equivale al ‘consolidamento aziendale cosmopolitico‘: grandi aziende che dettano e dirigono le politiche dei membri – sia livello nazionale e che internazionale – nella costruzione di strutture che facilitino il consolidamento regionale e globale del potere finanziario, economico e politico nelle mani di, relativamente poche, grandi corporation.

Tali accordi hanno poco a che fare con un reale ‘scambio’, e tutto a che fare con l’espansione dei diritti e dei poteri delle grandi aziende. Le corporation sono diventate potenti soggetti economici e politici – in competizione in termini di dimensioni e ricchezza con le grandi economie nazionali del mondo – e, quindi, hanno assunto un carattere spiccatamente ‘cosmopolitico’. Agendo attraverso associazioni industriali, aggregazioni lobbistiche, think tank e fondazioni, le società cosmopolitiche sono grandi progetti di ingegneria che mirano al consolidamento economico e politico transnazionale del potere… nelle loro mani. Con la costruzione di “una zona di libero scambio euro-americana“, come “ambizioso progetto,” stiamo assistendo alla promozione di un nuovo e inedito progetto globale di colonizzazione transatlantica aziendale.

La Fortezza Atlantica come “Ampia Strategia”

In un articolo del 2006 per Der Spiegel, Gabor Steingart suggeriva che “per combattere l’ascesa della Cina e dell’Asia“, il “ruolo che la NATO ha rappresentato in un’epoca di minaccia militare potrebbe essere svolto da una zona di libero scambio transatlantico nell’attuale epoca di confronto economico.“ Con la possibile “aggiunta del Canada,” gli Stati Uniti e l’Unione Europea “potrebbero arginare la diminuzione del potere del mercato occidentale unendo le forze… [cosa che] porterebbe inevitabilmente ad una convergenza dei due sistemi economici.” In un processo che probabilmente comporterebbe decenni, “una mega-fusione dei mercati“, che “serva da fortezza“, invierebbe un “nuovo messaggio” all’Oriente.

Durante il momento peggiore, all’inizio della crisi finanziaria ed economica, nel gennaio del 2009, Henry Kissinger scrisse un articolo per il New York Times in cui sottolineava che “l’indirizzo [americano] verso un ordine finanziario mondiale era stato generalmente incontrastato“, anche se la crisi lo aveva modificato, mentre la “disillusione” diveniva “diffusa“. Le nazioni in quel momento volevano proteggersi dai mercati globali e, quindi, diventare più indipendenti. Kissinger mise in guardia contro quest’idea, proclamando: “Emergerà un ordine internazionale se un sistema di priorità compatibili verrà posto in essere. Si frammenterà disastrosamente se le varie priorità non potranno essere conciliate… L’alternativa ad un nuovo ordine internazionale è il caos“.

Kissinger osservava che il mondo economico era “globalizzato“, ma il mondo politico non lo era, e nel bel mezzo di “crisi politiche in ogni parte del mondo“, accelerate da una “comunicazione in tempo reale“, era necessario che i sistemi politici ed economici venissero “armonizzati in uno solo di questi due modi: con la creazione di un sistema di regolamentazione politica internazionale della stessa portata di quello del mondo economico, oppure, riducendo le unità economiche a una dimensione gestibile dalle strutture politiche esistenti, cosa che rischia di portare a un nuovo mercantilismo, forse di unità regionali.” La vittoria elettorale del presidente Obama rappresentava una “opportunità” nel “dar forma ad un nuovo ordine mondiale.” Ma quell’opportunità doveva diventare “una politica” mentre si manifestava attraverso “una grande strategia.” Un aspetto centrale verso quella grande strategia includerebbe il rafforzamento “del partenariato atlantico“, che “dipenderà maggiormente da politiche comuni“.

Circa quattro anni dopo, l’ex consigliere della Sicurezza Nazionale Statunitense Zbigniew Brzezinski elogiò la “grande promessa” nel nuovo accordo transatlantico, che “può dar forma ad un nuovo equilibrio tra le regioni oceaniche dell’Atlantico e del Pacifico, mentre al contempo genera in Occidente una nuova vitalità, una maggiore sicurezza e una maggiore coesione.” Non era degno di nota, a quanto pare, che questa, dappertutto, fosse una “coesione” di interessi di potere. Nello stesso discorso nel quale Brzezinski approvava una “maggiore coesione” tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, criticava l’UE che era “un’Europa più di banche che di persone, più di convenienza commerciale che un sentito impegno dei popoli europei.

E’ il tipo di “coesione” che solo a banchieri, aziende e “grandi strateghi” come Kissinger e Brzezinski potrebbe piacere. Così, naturalmente, tale accordo ha un grande sostegno, incoraggiamento e pianificazione organizzata. Mentre l’idea di ‘integrazione transatlantica‘ è stata a lungo nei discorsi e nei documenti dei grandi strateghi e dei think tanks finanziati dalle corporation, ha mantenuto una certa distanza dalla politica formale. Nel 2007, il vertice euro-statunitense dei leader – [alla presenza] del presidente americano Bush, della cancelliera tedesca Angela Merkel, e del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso – ha istituito il Consiglio Economico Transatlantico (CET) per promuovere la cooperazione economica tra le due regioni.

La crisi economica ha in sé ritardato che qualsiasi progresso avesse luogo, mentre i paesi si sono concentrati a salvare le loro banche e ad imporre misure di austerità con lo scopo di cacciare le proprie popolazioni nella povertà, privatizzare la società, e creare le condizioni idonee per il saccheggio senza ostacoli delle risorse e per lo sfruttamento del lavoro. Questa si chiama “riforma strutturale“.

Ma le riforme strutturali mostrano “successo” solo quando le aziende cominciano a trarre profitto da esse. Questa si chiama “ripresa economica“. C’è un intero linguaggio per la crisi del debito europeo – e per l’economia politica in generale – che, tradotto, aiuta a chiarire la ratio delle scelte politiche.

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Linguaggio politico: Parole o armi?

Come George Orwell scrisse una volta: “Il linguaggio politico… è progettato per rendere il suono delle bugie veritiero e l’omicidio rispettabile, e per dare una parvenza di solidità al vento puro e semplice.

In un mondo in radicale trasformazione di strutture e relazioni politiche, economiche e sociali – dalla primavera araba, dalla crisi economica mondiale, dalla crisi alimentare e dall’accaparramento delle terre, alla diffusione globale dei movimenti di protesta – il linguaggio politico diventa armato. Nascondendosi dietro parole apparentemente senza senso, rese oscure da una retorica abusata e da termini e concetti astratti e indefiniti, il linguaggio politico ed economico opera per impedire alla popolazione di comprendere il vero significato e le implicazioni delle politiche perseguite.

Prendete, per esempio, la parola ‘austerità‘. E’ stata utilizzata all’infinito – nella retorica e nelle politiche – come la ‘soluzione‘ alla crisi economica, finanziaria e del debito, ma il suo significato è reso oscuro da una nozione astratta di taglio della spesa pubblica allo scopo di far calare il debito e, quindi, accrescere la fiducia degli investitori nel paese. Questo dovrebbe portare ad un “risanamento” economico. Il problema è che non lo fa: porta invece ad una depressione molto profonda. Eppure, tali politiche continuano ad essere promosse e perseguite.

Che cosa si può dedurre da questo? Se la retorica promuove politiche specifiche per un effetto desiderato, e l’effetto desiderato non si è mai raggiunto, ma la retorica e le politiche continuano ad essere promosse, si può assumere una delle due cose: o, come aveva definito Einstein, coloro che prendono le decisioni mondiali sono tutti pazzi (“poiché mettono in atto la stessa cosa più volte, aspettandosi risultati diversi“), oppure, stanno semplicemente parlando una lingua diversa, e difettiamo nella sua comprensione. In tali circostanze, è utile tentare tradurre questo linguaggio.

Le politiche di ‘austerità‘ comprendono: licenziamento dei lavoratori del settore pubblico, taglio della spesa dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, del welfare, dei servizi sociali, delle pensioni, aumento dell’età pensionabile, aumento delle tasse e riduzione dei salari. I risultati, inevitabilmente, sono l’impoverimento generale della popolazione, l’aumento della disoccupazione, l’eliminazione dei servizi sanitari e sociali nel momento in cui occorrono maggiormente, l’aumento del costo della vita e la diminuzione del tenore di vita. Quindi, possiamo liberamente tradurre ‘austerità‘ come impoverimento, poiché questo è ciò che gli effetti reali di quelle politiche comportano.

Nel marzo 2010, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo) ha suggerito che l’Europa intraprenda un programma di austerità della durata di non meno di sei anni dal 2011 al 2017, che il Financial Times ha indicato come cosa “estremamente ragionevole“. Nel mese di aprile del 2010, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) – la banca centrale delle banche centrali di tutto il mondo – ha chiesto alle nazioni europee di avviare l’attuazione di misure di austerità.

Nel giugno del 2010, i ministri delle finanze del G20 si misero d’accordo: era il momento di entrare nell’era dell’austerità! Il cancelliere tedesco Angela Merkel, la levatrice europea dell’austerità, fa da esempio per l’UE, imponendo misure di austerità a casa, in Germania. I leader del G20 si incontrarono e convennero che il tempo per lo stimolo era giunto al termine, e il tempo per la povertà da austerità era vicino. Questo è stato ovviamente approvato dal non eletto presidente tecnocrate della Commissione Europea, José Manuel Barroso.

Anche il non eletto presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, ha convenuto, spiegando con la sua spietata saggezza economica che l’austerità “non ha alcun effetto reale sulla crescita economica“. Pure Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), è saltato sul treno austerità, scrivendo sul Financial Times che “è ora il momento di ripristinare la sostenibilità fiscale.

Jaime Caruana, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) dichiarò nel giugno del 2011 che la necessità di austerità era “più urgente” che mai, mentre il presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), Christian Noyer, anche governatore della Banca di Francia (e membro del consiglio della BCE), dichiarava che, a parte l’austerità, “non c’è soluzione possibile” per la Grecia.

Ma, naturalmente, l’austerità non è completa senza il suo complementare programma di ‘riforme strutturali‘ (o di ‘aggiustamento strutturale‘), che comprende politiche volte a privatizzare tutti i beni di proprietà dello Stato, le risorse e i servizi, lo smantellamento delle tutele del lavoro e quelle ambientali e dei regolamenti, l’apertura di nuovi ‘mercati‘, ed enormi sovvenzioni e protezioni per banche e multinazionali.

Perché ciò viene messo in atto? Per promuovere gli investimenti, la concorrenza e la crescita. Privatizzare tutto – compreso gli aeroporti, la terra, la gestione delle acque, le strade e le risorse – incoraggia gli investimenti, perché le aziende possono entrare ed acquistare beni nazionali con penny anziché dollari. In effetti, la maggior parte dei programmi di privatizzazione comprendono sussidi enormi e protezioni per le aziende, per fornire loro un incentivo ad investire.

E la concorrenza è promossa meglio, consentendo solo ad una manciata di gruppi di corporation transnazionali di acquisire, a buon mercato, la ricchezza e le risorse di una nazione, e poi attraverso la promozione di quella che si chiama “flessibilità del lavoro“.
Queste ‘riforme‘ significano che i diritti dei lavoratori devono essere smantellati, [significano] taglio dei salari, dei benefici, delle protezioni, della capacità di fare sindacato e di fare richieste, allo scopo di rendere la forza lavoro flessibile alla domanda delle grandi imprese, che richiedono poco più di una forza lavoro a basso costo (così come il controllo assoluto dell’economia globale).

Pertanto, in tutti i mercati – in Europa attraverso l’Unione Europea, in Nord America attraverso il NAFTA (North America Free Trade Agreement) – e, di fatto, in tutto il mondo, le forze lavoro sono messe in concorrenza tra loro in una corsa verso il basso a chi può rappresentare la migliore, e quindi, la più economica forza lavoro a disposizione – allo scopo di attrarre investimenti e occupazione.

Pertanto, l’effetto delle “riforme strutturali” è quello di facilitare lo sfruttamento di risorse e persone e di consolidare il potere economico e politico in mani aziendali. L’austerità serve così lo scopo di impoverire la popolazione per renderla pronta e disposta ad accettare le riforme strutturali (o “di aggiustamento“) che aggiustano la gente ad una situazione di devastazione sociale rendendola un’idonea – ed economica – forza lavoro.

Il saccheggio aziendale senza ostacoli è facilitato dallo smantellamento di tutte le “barriere” agli investimenti e, quindi, del controllo dell’intera economia. Austerità e riforme strutturali creano le condizioni per gli investimenti, concorrenza e crescita. Investimento significa essenzialmente acquisizione/controllo sovvenzionato sull’economia da parte delle società, competizione implica la tutela degli interessi aziendali, e crescita significa che le aziende stanno facendo enormi profitti. L’effetto di tutte queste politiche e programmi è quello di consolidare il potere economico e politico regionale e globale nelle mani di multinazionali cosmopolitiche.

Austerità è impoverimento per le popolazioni.

Riforma strutturale è sfruttamento di persone/risorse, e  consolidamento del potere politico in mani aziendali.

Investimento è controllo societario dell’economia.

Concorrenza è protezionismo per le aziende.

Crescita è profitto aziendale.

Mario Draghi è il presidente della Banca Centrale Europea (BCE) – una delle tre istituzioni della ‘troika’ assieme alla Commissione Europea e al Fondo Monetario Internazionale – che impone austerità e riforme strutturali in Europa in cambio del salvataggio delle banche. Nel febbraio del 2012, ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal nella quale ha spiegato che, “non c’era alternativa al consolidamento fiscale“, cioè all’austerità, e che il contratto sociale europeo era “obsoleto” e il modello sociale era “già morto. Tuttavia, ha spiegato Draghi, era necessario ora promuovere la “crescita“, aggiungendo, “ed è per questo che le riforme strutturali sono così importanti.

Oltre alla austerità e alle riforme strutturali, sono necessari  nuovi mercati e, quindi, bisogna promuovere il “libero commercio“. Tutto questo fa parte della strada verso il “risanamento“. Il libero commercio ha anche una definizione tecnica: le sue politiche smantellano le tutele ambientali, del lavoro, e altre sociali, incrementano la privatizzazione, la deregolamentazione, e comprendono ampi sussidi e protezioni per le multinazionali. E gli attuali accordi di ‘libero scambio‘ concedono diritti senza precedenti alle aziende di citare in giudizio direttamente i governi che hanno leggi e regolamenti che le aziende vedono come “ostacoli agli investimenti.

Il libero scambio promuove la concorrenza tra popolazioni – in una corsa verso il basso – e protezione per i potenti, multinazionali e banche. Ciò che noi chiamiamo accordi di libero commercio funzionano essenzialmente come un processo aziendale di colonialismo: consolidamento regionale e globale del potere finanziario, economico, politico e sociale nelle mani di aziende relativamente poche.

Con l’inizio della crisi economica mondiale, nel 2008, i paesi si sono rivolti a piani di salvataggio per salvare le grandi banche che hanno distrutto le loro economie.
Nel far questo, hanno accumulato ingenti debiti, consegnando il conto alle popolazioni. La gente paga i debiti attraverso austerità, e, quindi, povertà, che a sua volta necessita di riforme strutturali e, quindi, sfruttamento. Accordi di libero scambio come il Trans-Pacific Partnership (TPP), in fase di negoziazione tra i 12 paesi del versante Pacifico, facilitano il colonialismo transnazionale aziendale.

Un nuovo mondo aziendale sta emergendo, e il partenariato transatlantico è un elemento centrale nella costruzione di questo ‘nuovo ordine mondiale’. Mentre la crisi aveva inizialmente messo in fase di stallo il processo, esso è stato rimesso in moto al vertice euro-statunitense nel novembre del 2011, quando i leader politici ordinarono al Consiglio Economico Transatlantico (CET) di creare un Gruppo di Lavoro ad Alto Livello su Occupazione e Crescita, guidato dal rappresentante statunitense agli affari commerciali, Ron Kirk e dal commissario Ue al commercio, Karel De Gucht, “con il compito di individuare le politiche e le misure per aumentare il commercio e gli investimenti euro-americani per sostenere la creazione di occupazione, la crescita economica e la competitività internazionale a reciproco beneficio“, lavorando a stretto contatto con gruppi dei settori aziendali pubblici e privati.

La Complesso Aziendale Transatlantico

L’impulso al Parternariato di Investimento e Commercio Transatlantico è stato fornito da una pletora di organizzazioni del grande business e da think tank controllati dalle multinazionali, tra cui il Consiglio Atlantico, il Brookings Institution, il German Marshall Fund, BusinessEurope, Business Roundtable, la Camera di Commercio degli Stati Uniti, e la European Round Table degli industriali, tra molti altri. Queste istituzioni collettivamente formano un complesso aziendale transatlantico, che unisce le élite delle grandi aziende, banche, think tank, fondazioni, università e circoli politici con lo scopo di stabilire un consenso sulle agende dell’élite e di fornire le strategie e gli obiettivi da conseguire.

Il Consiglio Atlantico è stato fondato nel 1961 da un ex Segretario di Stato americano, Dean Acheson e da diversi altri eminenti cittadini degli Stati membri allo scopo di contribuire a consolidare il sostegno alla ‘Alleanza Atlantica‘. Il primo volume edito del Consiglio Atlantico, Costruire il Mercato  Euro-Americano: Pianificazione per gli anni ’70, è stato pubblicato nel 1967, e il Consiglio ha continuato a pubblicare documenti politici, libri, monografie e altre relazioni per tutti gli anni ’70.

La leadership e la direzione del Consiglio Atlantico è nominata dai membri delle sue commissioni, che sono costituite dall’élite della politica estera degli Stati Uniti, così come delle grandi aziende cosmopolitiche, tra cui elementi del calibro di Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski e Madeleine Albright, insieme ai dirigenti di aziende come Deutsche Bank, BAE e Lockheed Martin. [Per uno sguardo ad alcuni degli altri nomi di amministratori e consulenti, vedi Appendice 1]

Il Consiglio Atlantico rappresenta quindi gli interessi di interessi corporativi e finanziari transatlantici e dell’élite della politica estera negli Stati Uniti. Così, i temi e le agende  che promuovono, tendono ad esercitare dietro di loro un’influenza significativa, con ampio accesso a coloro che prendono decisioni politiche e ai processi. Già nel 2004 il Consiglio Atlantico pubblicò un rapporto, L’Economia Transatlantica nel 2020: un partenariato per il futuro? nel quale si raccomandava una sempre maggiore integrazione tra le due economie e regioni, la gestione congiunta dell’economia mondiale, e più “cooperazione transgovernativa.

Il German Marshall Fund degli Stati Uniti fu fondato nel 1972 con una donazione da parte del governo tedesco alla Harvard University, nella quale 25 anni prima il Segretario di Stato statunitense George Marshall aveva annunciato il Piano Marshall per la ripresa economica dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il German Marshall Fund (GMF) “è dedicato alla promozione di una maggiore comprensione e azione comune tra Europa e Stati Uniti“, e comprende un certo numero di dirigenti aziendali, commentatori e altre élite a capo dei loro consigli direttivi [Vedi Appendice 2].

La Business Roundtable (BRT) è un’organizzazione di amministratori delegati di grandi aziende statunitensi “con più di 7.300 miliardi dollari di fatturato annuo“, secondo il suo sito web. La BRT è stata fondata nel 1972 “con la convinzione che … le imprese debbano svolgere un ruolo attivo ed efficace nella formazione delle politiche pubbliche.” Il Presidente del Comitato Esecutivo della BRT è W. James McNerney, presidente e amministratore delegato di Boeing. Il Comitato Esecutivo comprende gli amministratori delegati di una serie di altre importanti società cosmopolitiche [vedi Appendice 3].

La European Round Table of Industrialists (ERT), fondata nel 1983, è un’organizzazione di diverse decine di amministratori delegati di grandi aziende europee. Come Bastiaan van Apeldoorn ha scritto sulla rivista New Political Economy (Vol. 5, No. 2, 2000), l’ERT “si è sviluppata entro una piattaforma d’élite per una classe capitalistica transnazionale europea emergente dalla quale può formulare una strategia comune e – sulla base di tale strategia – cercare di modellare la governance socio-economico europea attraverso il suo accesso privilegiato alle istituzioni europee.“ Wisse Dekker, ex presidente della ERT, una volta dichiarò: “Considererei la Tavola Rotonda più di un gruppo lobbistico in quanto aiuta a dar forma alle politiche. Il rapporto della Tavola Rotonda con Bruxelles [Unione Europea] è di forte cooperazione. E’ un dialogo che inizia spesso in una fase molto precoce dello sviluppo di politiche e direttive“.

L’ERT è stata un’istituzione centrale nel rilancio dell’integrazione europea dal 1980 in poi, e l’ex commissario europeo (ed ex membro ERT), Peter Sutherland ha dichiarato: “si può sostenere che l’intera realizzazione del progetto del mercato interno è stata avviata non dai governi ma dalla Tavola Rotonda e dai suoi membri… E penso che abbia giocato successivamente un ruolo piuttosto consistente nel dialogo con la Commissione in merito alle misure concrete per attuare la liberalizzazione del mercato“.

Sutherland ha anche spiegato che l’ERT e i suoi membri “devono stare ai massimi livelli delle compagnie e in pratica tutti loro hanno libero accesso ai capi di governo per via della posizione delle loro aziende… Quindi, per definizione, ogni membro dell’ERT ha accesso al più alto livello di governo“. [Per un elenco delle altre società rappresentate nel consiglio della ERT, vedi Appendice 4]

BusinessEurope è il principale gruppo europeo d’impresa, che rappresenta 41 federazioni commerciali in 35 paesi con “un essenziale compito” – secondo il suo sito web – che è quello “di garantire che gli interessi delle aziende siano rappresentati e difesi vis-à-vis nelle istituzioni europee, con l’obiettivo principale di preservare e rafforzare la competitività delle imprese.“ [Per uno sguardo ad alcune delle aziende che componevano il Corporate Advisory and Support Group, vedi Appendice 5]

La Camera di Commercio degli Stati Uniti è stata fondata nel 1912 come organizzazione ombrello che rappresenta la voce del business in tutti gli Stati Uniti. Secondo il suo sito web, la Camera “lavora con più di 1.500 volontari provenienti da aziende membri, da organizzazioni e da comunità accademiche che servono nelle commissioni, sottocommissioni, task force, e consigli allo scopo di sviluppare e attuare politiche sulle principali questioni che interessano gli affari.” La loro “missione globale” è quella di “rafforzare la competitività dell’economia degli Stati Uniti.“ [Per uno sguardo ad alcune delle aziende rappresentate nel consiglio di amministrazione della Camera, appendice 6]

Il Transatlantic Business Dialogue (TABD) è stato costituito nel 1995 dal Ministero del Commercio Statunitense e dalla Commissione Europea, nel tentativo di “servire come dialogo ufficiale tra imprenditori americani ed europei e sottosegretari del Governo americano e commissari europei“, composto da amministratori delegati delle multinazionali europee e statunitensi.

Il Colonialismo Transatlantico Aziendale in azione: Orientare le priorità

Come per ogni accordo di “libero scambio” (leggi: accordo di consolidamento aziendale cosmopolitico), le società devono essere consultate durante l’intero processo per permettere loro di dar forma al programma e di incoraggiare politiche specifiche, allo scopo di garantire che i loro interessi siano soddisfatti. I think tank impiegano gli accademici e le élite della politica estera per intraprendere studi e produrre relazioni che sostengano le politiche favorevoli alla dominazione politica ed economica occidentale del mondo.
I grandi gruppi d’affari organizzano la comunità delle corporation intorno ad agende e forniscono una “voce” diretta con il mondo delle imprese.

I consigli dei think tank sono dominati dalle élite politiche e aziendali, e una volta che i think tank iniziano a creare consenso intorno alle agende, accademici e altri funzionari delle organizzazioni scrivono articoli o vengono intervistati spesso sui media (che sono di proprietà delle stesse aziende), per garantire che quel poco che venga detto in pubblico su tali accordi sia, di fatto, positivo e incoraggiante.

Quando il Consiglio Economico Transatlantico (CET) creò il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello su Occupazione e Crescita nel mese di novembre del 2011, annunciò la sua intenzione di ‘consultarsi‘ con le organizzazioni del settore privato sul processo di integrazione transatlantica.

Il Transatlantic Business Dialogue (TABD) è stato una delle prime grandi organizzazioni aziendali a supportare l’annuncio del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello. Nel gennaio del 2012, il TABD si è incontrato con funzionari europei e americani di alto rango al World Economic Forum, il meeting annuale di Davos, in Svizzera. Hanno pubblicato un rapporto, Visione per il futuro delle relazioni economiche UE-USA, che ha istituito un consenso “volto a far pressione per un intervento urgente su un agenda lungimirante e ambiziosa“, così come per la creazione di una “Task Force di Amministratori Delegati“, che avrebbe “fornito un contributo diretto e avrebbe supportato il Gruppo di Lavoro di Alto Livello.

Alla riunione hanno partecipato non solo i 21 membri del consiglio esecutivo del TABD (tutti dirigenti d’azienda), ma funzionari in rappresentanza del Consiglio Atlantico, del Canadian Council of Chief Executives (CCCE), della Camera di Commercio degli Stati Uniti,  Pascal Lamy, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Ron Kirk, Rappresentante del Commercio statunitense, Karel De Gucht, Commissario europeo per il Commercio, Joaquin Almunia, Commissario europeo per la Concorrenza,  Jon Leibowitz, presidente della Federal Trade Commission, e Michael Froman, vice consigliere alla Sicurezza Nazionale per gli Affari Economici Internazionali di Obama.

Nello stesso mese, il TABD e la Business Roundtable (BRT), hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che delinea la loro “visione” di un Partenariato Transatlantico (TAP) – modellato lungo linee simili a quelle del Partenariato TransPacifico (TPP) – che richiederebbe un ulteriore “apertura” del mercato transatlantico, che sia in grado di “competere” con le altre grandi economie (come la Cina), e “approfondisca l’impegno multilaterale ad aprire i mercati.” Come principali amministratori delegati e dirigenti, recitava la dichiarazione: “abbiamo bisogno niente meno” che di una “visione strategica e una struttura [che] dovrà servire da modello globale“.

Nel febbraio del 2012, il German Marshall Fund ha pubblicato un rapporto della Task Force Transatlantica per il Commercio e gli Investimenti dal titolo, Una nuova era per la leadership del commercio transatlantico. La task force è stata co-presieduta da Ewa Bjorling, ministro svedese del commercio, e da Jim Kolbe, ex membro del Congresso degli Stati Uniti e Senior Transatlantic Fellow presso il German Marshall Fund. [Per gli altri membri della Task Force, appendice 7]

La task force è stata avviata come sforzo di cooperazione tra il German Marshall Fund e il Centro Europeo per la Politica Economica Internazionale (ECIPE) nel maggio del 2011.

Il rapporto invita l’UE e gli Stati Uniti a perseguire “una più profonda integrazione economica transatlantica” come elemento “essenziale alla ripresa dall’attuale crisi economica.” Il rapporto ha chiesto “un’impegno di alto livello da parte dei leader politici di entrambe le sponde dell’Atlantico” e “richiederà il coinvolgimento attivo delle parti interessate del settore privato“, o in altre parole, delle multinazionali.

Nel marzo del 2012, BusinessEurope ha pubblicato un rapporto: Occupazione e Crescita: Attraverso un Partenariato Economico e Commerciale Transatlantico, a contributo del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello euro-statunitense, denominato Occupazione e Crescita, nel quale si consigliava di eliminare tariffe e barriere, di commerciare nei servizi, di garantire l’accesso e la protezione degli investimenti, di “aprire i mercati“, di stabilire “standard globali” per i diritti di proprietà intellettuale, e di lavorare sul Consiglio Economico Transatlantico (CET) per la cooperazione normativa.

Nello stesso mese, la Camera di Commercio Statunitense ha inviato una lettera al Congresso, nella quale la Camera degli Stati Uniti, BusinessEurope, la Camera di Commercio Americana presso l’Unione Europea, il Business Roundtable Council, l’European-American Business, il Business Dialogue Trans-Atlantic, e diverse altre associazioni del grande business hanno chiamato i leader politici “a passare rapidamente ad approfondire il rapporto economico e commerciale transatlantico attraverso un ambizioso commercio, investimenti e iniziative di regolamentazione.” Così, nel bel mezzo di una crisi economica e sociale, creata da numerose multinazionali e banche che queste associazioni rappresentano, e con l’emergere di nuovi giganti economici come Cina e India, “crediamo che sia ora il momento di creare un mercato transatlantico libero da barriere per guidare alla creazione di occupazione e di crescita” di cui Europa e America hannourgente bisogno“.

Il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello – presieduto dal Rappresentante del Commercio statunitense, Ron Kirk e dal commissario Ue al commercio, Karel De Gucht – [recitava la dichiarazione] – dovrebbe avere un ordine del giorno “di vasta portata“, che riguardi: “barriere con tariffe e non per gli scambi di beni e servizi, investimenti, cooperazione normativa, tutela della proprietà intellettuale e innovazione, appalti pubblici, flussi di dati transfrontalieri, e mobilità del business.

La dichiarazione osservava che loro avevano ricevuto “il sostegno” di Angela Merkel, di David Cameron, e dell’allora presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, oltre che del Consiglio Europeo (presieduto da Herman Van Rompuy). Da parte americana, il sostegno venne dato da Hillary Clinton.

Nel maggio del 2012, la Business Roundtable, la European Round Table of Industrialists e il Trans Atlantic Business Dialogue hanno inviato una lettera congiunta al presidente Obama, al presidente francese Francois Hollande, alla cancelliera tedesca Merkel, al premier italiano Mario Monti, al primo ministro britannico David Cameron, al presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, al commissario Ue al Commercio De Gucht e al Rappresentante del Commercio statunitense, Ron Kirk. La lettera osservava che tre organizzazioni di dirigenti aziendali provenienti da oltre Atlantico “si sono riunite per tracciare una visione strategica per un nuovo Partenariato Transatlantico (TAP),” e hanno prodotto insieme la relazione, Forgiare un Partenariato Transatlantico per il 21° secolo, allo scopo di creare proprio questo. La relazione chiamava i funzionari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ad avviare “trattative su commerci, investimenti e regolamentazioni transatlantiche ambiziose e globali, entro la fine di quest’anno.

Quello stesso mese, giusto per premere sul messaggio, i presidenti della Camera del Commercio statunitense, la Business Roundtable, e l’Associazione Nazionale dei Costruttori hanno inviato una lettera congiunta a Obama chiedendogli di avviare dei negoziati perché “venisse tracciata una strada verso un autentico commercio, investimento, e iniziativa cooperativa di regolamentazione del 21° secolo” che oltre a un’ulteriore integrazione delle economie, “porterebbe anche benefici importanti nella difesa e nella cooperazione militare.

Nel giugno del 2012, il Consiglio per l’Esportazione di Obama gli ha inviato una lettera che plaudiva al presidente per la creazione del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello dell’anno precedente, ma lo esortava a “fare il prossimo cruciale passo, di concerto con il settore privato, per andare avanti velocemente nella definizione e nell’avvio di ampie e ambiziose trattative per un Partenariato Transatlantico (TAP).” Loro hanno consigliato, tra le varie cose, le solite protezioni per i diritti di proprietà intellettuale, la liberalizzazione dei servizi, “l’eliminazione delle tariffe sui beni industriali e agricoli“. La lettera è stata firmata dal presidente del Consiglio sull’Esportazione Jim McNerney, presidente e amministratore delegato della Boeing Company.

Il Consiglio sull’Esportazione del Presidente degli Stati Uniti (PEC) “è il principale comitato consultivo nazionale per il commercio internazionale“, fondato nel 1973, composto da 28 membri del settore privato, così come da membri del Congresso e da segretari di gabinetto. Il PEC riferisce al presidente, tramite il Segretario del Commercio degli Stati Uniti. [Per un elenco delle aziende rappresentate dal PEC, vedi appendice 8]

Senza perdere tempo, il Gruppo ad Alto Livello su Occupazione e Crescita ha emesso il suo rapporto intermedio ai propri leader, nel giugno del 2012 da parte dei co-presidenti, De Gucht e Kirk. Tra le altre cose, loro hanno consigliato l’”eliminazione” degli “ostacoli agli scambi” di beni, servizi e investimenti. Hanno consigliato un “accordo globale“, che “potrebbe promuovere un programma lungimirante per la liberalizzazione del commercio multilaterale.“ L’”obiettivo” dei negoziati, hanno scritto, sarebbe quello di “vincolare” Unione Europea e Stati Uniti”, attraverso “un più alto livello di liberalizzazione” e “il raggiungimento di nuovi mercati.” Stavano prendendo sul serio le raccomandazioni provenienti dai gruppi aziendali e spingevano affinché quelle parole si traducessero in politiche.

Paula Dobriansky, eminente accademico presso l’Istituto Atlantico, è stata co-autrice di un articolo per il Wall Street Journal nel quale chiedeva “un accordo di libero scambio transatlantico” tra UE e Stati Uniti, per “rafforzare la leadership americana ed europea per i decenni a venire.“ Frances Burwell, vice presidente del Consiglio Atlantico e direttore del Programma sulle Relazioni Transatlantiche ha pubblicato un articolo su US News & World Report, nel novembre del 2012, nel quale scriveva che “la creazione di un mercato unico transatlantico… rappresenta un grande affare di buon senso.

Nel novembre del 2012, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton ha tenuto un discorso alla Brookings Institution intitolato, Stati Uniti ed Europa: un partenariato globale rivitalizzato, nel quale ha osservato: “dobbiamo realizzare il potenziale non sfruttato del mercato transatlantico … è tanto un imperativo strategico quanto economico.” Informando il pubblico che l’amministrazione Obama stava “discutendo su possibili trattative” con l’UE su tale accordo, la Clinton ha detto che “puntellerebbe la nostra competitività a livello mondiale per il prossimo secolo.

Sempre a novembre, membro del direttivo del Consiglio Atlantico, James L. Jones (ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense di Barack Obama) e Thomas J. Donohue (Presidente e Amministratore Delegato della Camera di Commercio degli Stati Uniti), sono stati co-autori di un articolo per Investor Business Daily nel quale suggerivano che le crisi economiche simultanee in Europa e negli Stati Uniti – che essi descrivevano come “fiacca competitività, insostenibile autorizzazione di spesa e bomba a orologeria di un debito sovrano oltre misura” – erano una minaccia per il futuro della capacità della NATO di “affrontare le pressanti minacce alla sicurezza” e che ciò rappresenta “la più grande sfida per il futuro della comunità transatlantica dopo la guerra fredda.

La crescita sostenibile, essi hanno scritto, “proviene solamente da un luogo – dal settore privato.“ I governi hanno una “responsabilità… creare le condizioni nelle quali il settore privato possa guidare l’espansione economica, investimenti e creazione di occupazione.
Un “ambizioso patto commerciale ed economico transatlantico” si adatterebbe certamente a questa necessità di “crescita” e “competitività“ crescente. Sarebbe ora, hanno scritto, “di passare con decisione al prossimo livello di integrazione economica trans-atlantica.

A pochi giorni dalla vittoria di Obama alla sua rielezione, leader europei come David Cameron e Angela Merkel lo hanno esortato ad andare avanti con l’accordo, e perfino il New York Times sottolineava che “anche corporations e gruppi economici di entrambe le sponde dell’Atlantico stanno facendo una forte pressione per un accordo.” L’ex vice Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti e attuale vice presidente della General Electric, Karan Bhatia, osservò: “Questo potrebbe essere di gran lunga il più grande, il più prezioso accordo di libero scambio, anche se producesse solo un aumento marginale nel commercio“.

Il Financial Times ha detto che una “partnership transatlantica” produrrebbe “vantaggi geostrategici,” dal momento che l’Unione Europea e gli Stati Uniti rappresentano la metà dell’economia mondiale e, quindi, “saranno in possesso della leva per impostare standard globali che altri, tra cui la Cina, probabilmente seguiranno.

Dal momento che “l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono alla disperata ricerca di nuova crescita“, ha scritto Edward Luce, “l’unica via realistica è attraverso una maggiore produttività“, che implica costi più bassi e maggiori profitti per le multinazionali. Sarebbe “un’agenda ambiziosa verso l’integrazione del mercato transatlantico“, che includa regolamenti per l’armonizzazione e standard di prodotto. In altre parole, ha scritto Luce: “se un farmaco fosse approvato dall’Agenzia Europea per i medicinali, pure la Food and Drug Administration dovrebbe accettarlo.

Lo stesso varrebbe per il “regolamento finanziario” (o la sua assenza), così come per gli standard agricoli (OGM), una questione fondamentale, dal momento che l’UE ha un divieto su tali prodotti. L’UE ha recentemente mostrato il suo entusiasmo per un cambiamento, quando “ha abbassato le sue obiezioni verso le importazioni di carni statunitensi provenienti da macelli [mattatoi] decontaminati con acido lattico.“ Nella UE, “il clima di austerità dovrebbe funzionare a loro favore” per la riduzione delle protezioni che riguardano l’agricoltura.

Nel gennaio del 2013, la Brookings Institution ha inviato un ‘memorandum al presidente‘ Barack Obama dal titolo, Libero Scambio Cambio di Gioco, nel quale gli autori hanno raccomandato di perseguire sia Il Partenariato TransPacifico (TPP) che l’Accordo di Libero Scambio Trans-Atlantico (TAFTA ) come “il modo più realistico per rivendicare la leadership economica degli Stati Uniti.“ Gli accordi hanno “implicazioni strategiche profonde” in quanto fornirebbero agli Stati Uniti un importante “ruolo nel definire le regole globali del percorso.” Mentre il TPP “dovrebbe aiutare nella definizione dello standard per l’integrazione economica in Asia,” il TAFTA “fornirebbe alle imprese americane ed europee un vantaggio nel fissare gli standard industriali per l’economia globale del futuro.

Mentre “l’erosione del sostegno per gli FTA [gli Accordi di Libero Scambio] nel Congresso e tra il pubblico è tale da ostacolare questo sforzo,” il memorandum ha ricordato ad Obama che l’opinione pubblica deve essere ignorata nell’interesse aziendale: “è giunto il momento di avviare nuove iniziative in questi ambiti“.

Nei primi mesi del 2013, il Trans-Atlantic Business Dialogue si è fuso con il Business Council euro-americano per diventare il Consiglio Economico Transatlantico (TBC), un gruppo composto da dirigenti aziendali che tiene “incontri semestrali con i segretari di gabinetto degli Stati Uniti e dei Commissari europei (a Davos e altrove),” in qualità di “consulente aziendale presso il Consiglio Economico Transatlantico (CET)“. Rappresenta circa 70 grandi aziende, tra cui: AIG, AT & T, BASF, BP, Deutsche Bank, EADS, ENI, Ford, GE, IBM, Intel, Merck, Pfizer, Siemens, TOTALE, Verizon, e Xerox, tra le altre.

Nel gennaio del 2013, il Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) si è riunito a Davos, in Svizzera durante l’annuale World Economic Forum, tenendo un incontro con funzionari di alto livello statunitensi e dell’Unione Europea, con Michael Froman, vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale per gli affari economici internazionali del presidente Obama, che ha parlato nel corso della riunione TBC, dichiarando che “l’economia transatlantica sta per diventare un punto di riferimento mondiale per gli standard in un mondo globalizzato“. Froman e i leader del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) “hanno convenuto che il sostegno da parte delle corporation che operano su entrambe le sponde dell’Atlantico è fondamentale per promuovere il commercio transatlantico“.

Tim Bennett, il direttore generale del TBC, ha dichiarato che la struttura del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) “tiene conto della combinazione di un forte messaggio affaristico per i responsabili delle politiche, nonché di un input sostanziale attraverso gruppi di lavoro“, riferendosi a incontri ad alto livello a Washington e Bruxelles. Altri partecipanti alla riunione del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) comprendevano il Segretario Generale dell’OCSE, Angel Gurria, il primo ministro irlandese Enda Kenny, direttore generale per il commercio della Commissione europea, Jean-Luc Demarty, il funzionario della Commissione Europea per il commercio, Marc Vanheukelen, e un ex dirigente di Citigroup.

Sul sito web del Consiglio d’Affari Transnazionale (TBC), essi promuovono specifici think tank come fornitori di “risorse”: il Consiglio Atlantico, la Bertelsmann Foundation, il Brookings Institution, il Center for Transatlantic Relations, Chatham House, il German Marshall Fund, e l’Istituto Peterson per le Relazioni Internazionali.

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Il report finale: è tempo di fare ciò che le corporations domandano!

In data 11 febbraio 2013, il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello euro-statunitense (HLWG) su Crescita e Occupazione ha pubblicato il suo rapporto finale nel quale, in maniera prevedibile, raccomandava standard e regolamenti di armonizzazione entro “un accordo di commercio e investimento globale.

Il rapporto raccomandava inoltre “di incrementare l’integrazione economica … per ottenere un pacchetto di accesso al mercato che vada al di là di quello che Stati Uniti ed Unione europea hanno conseguito nei precedenti accordi“. Il rapporto ha inoltre raccomandato l’aumento di “appalti governativi“, un eufemismo per privatizzazioni e sovvenzioni statali alle società, rilevando che: “l’obiettivo dei negoziati dovrebbe essere quello di migliorare le opportunità di business attraverso un accesso, notevolmente migliorato, alle opportunità di appalti pubblici a tutti i livelli di governo.

Due giorni dopo la pubblicazione della presente relazione, il 13 febbraio 2013, fu rilasciata da Barack Obama, dal presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy e dal presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, una dichiarazione congiunta che affermava: “Noi, leader degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, siamo lieti di annunciare che… gli Stati Uniti e l’Unione europea avvieranno le reciproche procedure interne necessarie ad avviare i negoziati su Commercio Transatlantico e Parternariato d’Investimento“.

All’annuncio del TTIP (EU-US Transatlantic Trade and Investment Partnership) a febbraio, l’allora Rappresentante del Commercio Statunitense Ron Kirk dichiarò che, “per noi, tutto è sul tavolo, in tutti i settori, compreso tutto il settore agricolo, se si tratta su OGM o su altri problemi.” Ha spiegato che “dobbiamo essere ambiziosi e dovremmo occuparci di tutti questi problemi.“ João Vale de Almeida, ambasciatore dell’Unione Europea negli Stati Uniti, ha scritto in un articolo che “un accordo economico ambizioso tra noi avrebbe mandato un messaggio forte al resto del mondo riguardante la nostra leadership nel dare forma ad una governance economica globale, in linea con i nostri valori“, che equivale a dire, “valori aziendali“.

I media tedeschi – e i funzionari governativi – sono esplosi d’ammirazione per le potenzialità, per questa “NATO economica“, di creare “la più grande zona di libero scambio del mondo“. Un giornale tedesco osservava che “una nuova alleanza economica” tra le potenze della NATO era appropriata, dal momento che “le vecchie nazioni industrializzate temevano di cadere dietro la potenza economica emergente cinese.” Un’altra pubblicazione tedesca notava che non solo una “zona di libero scambio trans-atlantico” avrebbe importanti “benefici” e implicazioni economiche, “ma renderebbe anche evidente che solo un Occidente sempre più stretto può avere successo in modo decisivo nel contribuire a determinare la politica globale“.

Il mondo delle imprese ha espresso immediata ammirazione per i negoziati annunciati, attraverso il presidente e amministratore delegato di Caterpillar “che raccomandava” ai leader di Stati Uniti e Unione europea e al Gruppo di Lavoro d’Alto Livello “di promuovere la tanto necessaria crescita economica e la creazione di occupazione.” Il presidente della Business Roundtable (BRT), John Engler, ha osservato che la Tavola rotonda stessa “è stata uno dei primi sostenitori” di un tale accordo, e che “i negoziati dovrebbero essere avviati prima possibile.

C. Boyden Gray, membro del consiglio direttivo del Consiglio Atlantico ed ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea, ha pubblicato un rapporto per il Consiglio Atlantico, nel febbraio del 2013 dal titolo, Una NATO Economica: una nuova alleanza per un nuovo ordine globale. Gray ha avvertito che a meno che le potenze atlantiche non “raccolgano insieme la sfida … dell’era post-recessione … rischiano di cedere alle potenze emergenti la loro influenza economica e politica.” Questo non deve essere semplicemente un “accordo di libero scambio“, ma deve piuttosto “porre la cooperazione economica” di Stati Uniti e Unione europea “sullo stesso solido piano della sicurezza militare … abbiamo bisogno di creare una ‘NATO economica’.”

Il Wall Street Journal ha osservato che l’annuncio “rappresenta l’abbassare la testa di Obama agli interessi economici,” notando che riguardava meno lo ‘scambio‘ e più come stabilire standard globali. Il Presidente della Commissione Europea Barroso si è espresso in modo simile quando ha detto, “questo sarà l’accordo di libero scambio più grande mai fatto, [e] avrà certamente un impatto sugli standard globali.

Michael Froman, consulente sulla politica economica internazionale di Obama, ha osservato che l’accordo dovrebbe “integrare ulteriormente le nostre economie e contribuire a impostare regole globali“. Il commissario al Commercio della Ue, Karel de Gucht ha aggiunto: “Quello che vogliamo fare è creare un mercato interno tra Stati Uniti e Unione Europea.

Il Financial Times ha sottolineato che, mentre era “luogo comune“  immaginare che il futuro appartenesse alle economie emergenti, “le vecchie potenze economiche possono ancora tenerlo in pugno.” L’accordo “promette un premio il cui valore politico è ancora più grande rispetto al suo considerevole beneficio economico“. Quindi, dobbiamo intendere questi “accordi di libero scambio“, come, in realtà, accordi di consolidamento aziendale cosmopolitico.

Mentre il segretario di Stato americano John Kerry si recava a Berlino a fine febbraio, appoggiava l’accordo, suggerendo che esso “può sollevare l’economia dell’Europa, rafforzare la nostra economia, creare occupazione per gli americani, per i tedeschi, per tutti i cittadini europei e creare uno dei mercati alleati più grandi nel mondo“.

La stampa tedesca ha avvertito che gli attivisti di internet, i gruppi ambientalisti, del lavoro e dei consumatori si stavano “preparando a combattere il trattato con tutti i mezzi a loro disposizione“, poiché temevano che “cattivi compromessi saranno effettuati a spese dei consumatori in negoziati segreti tra Comunità Europea e amministrazione Obama.

L’applicazione di uguali standard per i prodotti alimentari preoccupa molti nell’UE in merito ai prodotti alimentari americani geneticamente modificati, come mais, soia e barbabietole, mentre le questioni sui diritti di proprietà intellettuale minacciano sempre più la libertà di Internet a beneficio di interessi aziendali e finanziari, come ad esempio nel caso del fallito Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che è stato sopraffatto da ampie campagne e proteste su Internet.

Uno degli organizzatori per il movimento anti-ACTA, Jérémie Zimmermann, ha dichiarato: “Milioni di cittadini si possono mobilitare se le loro libertà sono minacciate“. Eppure, nonostante un’inquietudine e un’opposizione crescente verso un tale accordo, che sarebbe stato basato principalmente attorno a questioni altamente controverse invece che su un reale “scambio” o sulle tariffe, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha definito l’accordo come “il nostro progetto di gran lunga più importante per il futuro.

Baucus, il presidente della commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, ha scritto un articolo per il Financial Times in cui affermava che l’accordo era “un’intesa che deve essere fatta, deve essere fatta ora, e deve essere fatta bene … Come presidente del Comitato di Sorveglianza del Commercio degli Stati Uniti, sosterrò un accordo solo se darà ai produttori americani l’opportunità di competere nel più grande mercato del mondo“.

Parlando ad Harvard all’inizio di marzo, Karel de Gucht ha definito l’accordo come “il pacchetto di stimolo più a buon prezzo che si possa immaginare“, aggiungendo che era “il laboratorio politico per le nuove regole di commercio di cui abbiamo bisogno – su questioni come barriere normative, politiche di concorrenza, requisiti di localizzazione, materie prime ed energia.

Barack Obama ha dichiarato di essere “moderatamente ottimista” in merito all’accordo, poichè gli Stati Uniti si muovevano “aggressivamente“, mentre l’Unione Europea era “più desiderosa di un accordo di quanto non lo sia stata in passato.“ Parlando al Consiglio sull’Esportazione del Presidente, composto da dirigenti di grandi aziende in veste di ‘consiglieri,’ Obama ha ribadito, “vogliamo che le nostre 500 compagnie di Fortune vendano il più possibile.“ John Kerry ha detto a un gruppo di imprenditori francesi che, “se ci muoviamo rapidamente … [l’accordo] può avere un profondo impatto sul resto del mondo“.

Robert Zoellick, ex presidente della Banca Mondiale, ha avallato l’accordo, sottolineando che potrebbe “creare un precedente” nella definizione di standard per l’economia globale, aggiungendo: “abbiamo bisogno di creare una nuova struttura per il sistema globale“, tuttavia, ha avvertito, l’agricoltura è stata e “sarà uno dei problemi più difficili“, a causa della preoccupazione per gli organismi geneticamente modificati. Barroso ha avvertito che, “solo l’UE andrà così lontano.“ Lori Wallach, direttore del Public Citizen’s Global Trade Watch ha osservato: “Tutta questa trattativa riguarda l’eliminazione dei ‘contrasti commerciali’, ma nel movimento dei consumatori degli Stati Uniti ci invidiano e ammirano e cercano di emulare gli standard europei di sicurezza alimentare, mentre l’industria sta cercando di ucciderli“.

Nel mese di aprile del 2013, è stato avviata una “coalizione” per promuovere il Commercio Transatlantico e Partenariato d’Investimento chiamata Coalizione d’Affari per il Commercio Transatlantico (BCTT), che “mira a promuovere crescita, occupazione e competitività su entrambe le sponde dell’Atlantico attraverso un accordo ambizioso, globale e di alto livello per il commercio e gli investimenti”.

Il Comitato direttivo per la BCTT consta di un certo numero di società multinazionali e associazioni di imprese, e la segreteria è la Camera di Commercio degli Stati Uniti.
I co-presidenti aziendali per la coalizione comprendono Amway, Chrysler, Citi, Dow, Fedex, Ford, GE, IBM, Intel, Johnson & Johnson, Lilly, MetLife, UPS e JPMorgan Chase. Le associazioni partner del BCTT includono la Business Roundtable, la Coalition of Service Industries, il Comitato di Emergenza per il Commercio americano, l’Associazione Nazionale dei Costruttori, il Consiglio Nazionale per il Commercio Estero, il Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC), la Camera di Commercio degli Stati Uniti e il Consiglio per il Commercio Internazionale Statunitense. L’obiettivo iniziale del BCTT era quello di sollecitare l’avvio formale di negoziati entro giugno o luglio del 2013, così come “appoggiare un ampio sostegno bipartisan e fornire input dettagliati una volta che siano in corso le trattative.

In occasione dell’avvio del BCTT, il vice presidente della Camera di Commercio Statunitense e Capo degli Affari Internazionali, Myron Brilliant, ha osservato che non vi era “grande sostegno” all’accordo, “sia nel governo che nel settore privato.” La comunità aziendale, ha spiegato, “è impegnata ad assistere la negoziazione di un accordo transatlantico … e continueremo i nostri sforzi per incoraggiare entrambi i governi per far sì che questo accordo sia fatto in fretta.“ La Business Roundtable, membro del BCTT, ha approvato la nuova coalizione in un comunicato di John Engler, che ha spiegato, “non vediamo l’ora di lavorare con il Congresso e l’Amministrazione per garantire un accordo globale e ambizioso.

Mentre si parla di un gruppo d’affari americano, l’ambasciatore britannico per gli Stati Uniti, ha detto che anche i servizi finanziari sarebbero “coperti da questi negoziati“, notando che Stati Uniti e Regno Unito sono sede dei “due più significativi centri finanziari internazionali su entrambe le sponde dell’Atlantico“, Wall Street e la City di Londra.

Secondo un funzionario dell’amministrazione Obama coinvolto nei colloqui, l’accordo “avrebbe concesso alle corporation nuovo potere politico per sfidare una serie di regolamenti, sia in patria che all’estero.“ Ambientalisti, consumatori, e altri gruppi di interesse temono che l’accordo “porterà ad una riduzione di regole importanti e metterà le multinazionali sullo stesso piano politico delle nazioni sovrane.” Questo sarebbe facilitato da una “procedura” di risoluzione delle controversie tra stato e investitore, il che significa che le aziende potrebbero citare in giudizio direttamente i governi su ciò che percepiscono come “barriera agli investimenti“- possibilmente attraverso un tribunale internazionale (magari anche attraverso la Banca Mondiale). A tale tribunale “sarebbe stata data l’autorità di imporre sanzioni economiche contro qualsiasi paese che violasse il suo verdetto.

Tali disposizioni, ha notato uno specialista di commercio con Sierra Club, “eleva le corporation al livello di Stati nazionali e consente loro di citare in giudizio i governi su quasi qualunque legge o politica che riduca i loro profitti futuri.” Questi meccanismi sono “terribilmente rischiosi per le comunità, l’ambiente e il clima.” Il “piccolo sporco segreto“, ha osservato Lori Wallach di Public Citizen, “è che non riguardano principalmente il commercio, ma piuttosto avrebbero come obiettivo l’eliminazione delle più forti politiche di interesse pubblico in merito a consumo, salute, sicurezza, privacy, ambiente e altre su entrambe le sponde atlantiche“.

Thomas Donohue, presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti, non poteva essere più felice. “Se facessero un accordo domani“, ha detto nel mese di aprile del 2013, “le aziende statunitensi ed europee sarebbero sedute su una barca di soldi e che farebbero avanzare questa cosa più velocemente di quanto sia possibile.

Le aziende sarebbero in grado di realizzare un profitto più rapidamente del previsto, ha osservato: “Apri una porta e dici ci sono soldi dall’altra parte, c’è l’opportunità di espandersi, di esportare, di vendere i loro prodotti, di avviare partnership … Pensi che abbiano intenzione di aspettare fino al 2027? Passeranno attraverso la porta prima che si sappia.
Donohue ha incoraggiato le trattative a iniziare il più presto possibile, “essi devono, ne hanno bisogno“, aggiungendo: “Non abbiamo bisogno di prendere altro tempo.

Un agenda transatlantica su l’austerità, sfruttamento e consolidamento aziendale

Il 22 aprile 2013, c’è stata una conferenza, ospitata presso la Federal Reserve Bank di New York, in collaborazione con la Direzione Generale della Commissione Europea per gli Affari Economici e Finanziari, “che ha messo assieme ideatori delle politiche, funzionari di controllo, analisti di mercato e docenti universitari euro-statunitensi“. L’obiettivo della conferenza è stato quello di “valutare le prospettive di una crescita economica sostenibile e la stabilità finanziaria, e discutere le sfide per le relazioni economiche transatlantiche poste dai recenti episodi di crisi economica.” Tra gli oratori figuravano il presidente della Fed di New York William Dudley e il Vice Presidente della Commissione Europea, Olli Rehn. [Per un elenco degli altri partecipanti, vedi Appendice 9]

William Dudley è stato presidente della Fed di New York dal 2009, quando il precedente presidente – Timothy Geithner – è diventato Segretario del Tesoro di Obama. Prima della sua nuova posizione, Dudley era socio e amministratore delegato di Goldman Sachs, e attualmente presta servizio anche come presidente del Comitato sul Sistema Finanziario Globale presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), ed è vice presidente del Club Economico di New York.

Dudley ha aperto l’evento “esclusivo” suggerendo, “in un’economia globale con un sistema finanziario globale … regolamentazione e vigilanza hanno un orientamento decisamente nazionale.” Così, ha spiegato, “noi [dobbiamo] cercare di bilanciare le nostre esigenze nazionali con i benefici di avere un sistema globale armonizzato e integrato“. Ciò che è necessario, ha detto Dudley, è la “crescita“. Ma non c’era “una buona nuova” negli Stati Uniti, il settore immobiliare si stava ri-gonfiando – cosa che si chiama “risanamento“, il “settore immobiliare” della classe media era alle prese con il pesante fardello del debito (denominato “riduzione del livello di indebitamento“), ma il settore bancario era “sano” (nel senso di più redditizio), e “il settore delle imprese è altamente redditizio e inondato di liquidità.” Questa è la “buona notizia“.

Un articolo di Bloomberg del 2010 si riferiva alla Federal Reserve Bank di New York come ad “un gruppo per black-ops della banca centrale della nazione“, notando che era in realtà un “ente semi-governativo“, la cui leadership viene nominata dalle principali banche di Wall Street per rappresentare i loro interessi, ed è stata “lo strumento preferito per molti dei programmi di salvataggio della Fed“. La Fed di New York è in realtà una banca privata con una grande quantità di funzioni pubbliche, ed è oggetto di una “cultura della segretezza” che è stata descritta come “pervasiva“. Nel consiglio di amministrazione della Fed di New York c’è Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, così come molti altri banchieri.

Nel suo discorso, Dudley ha spiegato di aver guidato la Fed di New York all’acquisto di titoli del Tesoro USA a lungo termine (il debito pubblico statunitense) e di titoli garantiti da ipoteca (gli stessi acquisti che hanno contribuito a creare la precedente bolla immobiliare), per la somma di 85 miliardi di dollari “ogni mese. Notando che gli Stati Uniti iniziavano il percorso di austerità nazionale – “di consolidamento fiscale” – e dovevano continuare più a fondo, c’era “un braccio di ferro” tra l’avere una buona economia e avere austerità, che è un modo fine per dire che le misure di austerità distruggeranno l’economia (cosa che gli europei già conoscono molto bene).

Così, come ha spiegato Dudley, con immensi profitti aziendali e bancari, una bolla speculativa, e una pilotata austerità economica che sopraggiunge in picchiata “il livello di incertezza, riguardo le prospettive a breve termine negli Stati Uniti, resta molto elevata.” Ma gli Stati Uniti non sono orientati “ad un percorso di crescita” basato su “investimenti d’impresa” e “commercio“, poichè si sono invece concentrati solo su consumi basati sul debito.

In Europa, tuttavia, la prospettiva era “meno brillante.” Ma ancora una volta, vi erano “buone notizie“, dal momento che i “paesi periferici” come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, e altri, stavano imponendo con successo dure misure di austerità, nonostante l’opposizione della popolazione che ne veniva impoverita. Questi, Dudley li chiama, “sforzi notevoli per ridurre i loro disavanzi strutturali di bilancio.” C’è stato anche un progresso nel miglioramento della loro “competitività internazionale“, come a dire che si aprono allo sfruttamento e al saccheggio, sebbene ci fosse ancora “l’occasione per ulteriori riforme strutturali nel mercato del lavoro e dei prodotti.“  Anche se, naturalmente, questo non dovrebbe essere fatto “solo in periferia“, quel tipo di “opportunità” esiste ovunque, per rendere efficiente lo sfruttamento, e, quindi, per maggiori profitti: “per aumentare la produttività e rafforzare le prospettive di crescita a lungo termine.

Purtroppo, ha osservato Dudley, c’erano anche “cattive notizie” nell’UE, dato che l’economia era “ancora in una fase di recessione” – o cosa che potrebbe essere più accuratamente descritta come una profonda depressione dei cosiddetti paesi “periferici” – dove  diveniva sempre più difficile imporre misure di austerità e impoverire le popolazioni: “il sostegno politico per ulteriori giri di vite sul bilancio è nettamente diminuito“. Senza “crescita” poi – che significa senza profitti di aziende e banche – “il sostegno politico per un continuo aggiustamento fiscale e strutturale potrebbe ulteriormente erodersi.” L’Europa inoltre aveva la necessità di perseguire “una maggiore integrazione” a livello di governance, e lo sviluppo di una “unione bancaria pan-europea con la BCE [Banca Centrale Europea] come sorvegliante principale” era un “importante e cruciale prossimo passo”.

Questo ovviamente richiederà a ciascun paese dell’Unione Europea “la rinuncia a una piccola porzione di sovranità sulla supervisione bancaria” e la sua consegna alla BCE, che è irresponsabile e rimane una forza che spinge verso austerità e programmi di aggiustamento. Dudley si è riferito a questa con il concetto “una moneta, un mercato“.

Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario per gli Affari Economici e Monetari – motore trainante principale dell’austerità e dei programmi di aggiustamento – ha fatto il discorso di apertura alla conferenza della Federal Reserve di New York. Ha iniziato col salutare positivamente l’appena annunciato Parternariato d’Investimento e Commercio Transatlantico, spiegando che si deve lavorare sodo per renderlo “una realtà“.  L’Europa, tuttavia, sta operando “una riduzione del debito“, – vale a dire che il continente viene schiacciato dal peso di un grave debito i cui creditori domandano ‘austerità’ e ‘aggiustamento’ in aggiunta ai salvataggi – e questo “processo di riduzione del debito sta prendendo tempo, e abbiamo bisogno di trovare nuove fonti di crescita per alleviare l’onere dell’aggiustamento.” In questo senso, ha spiegato Rehn, “l’apertura di nuove opportunità commerciali a livello mondiale è così importante“. Mentre molti paesi dell’Unione continuavano con dure misure di austerità, “riforme strutturali“, – che facilitano lo sfruttamento del lavoro e delle risorse – “esse sono la chiave per accrescere il potenziale di crescita dell’economia europea“.

Ha concluso il suo discorso, affermando: “dobbiamo mantenere la rotta delle riforme. Dobbiamo pronunciarci in termini di libero scambio, di riforma del settore finanziario, di riforme strutturali che aumentino il potenziale di crescita, e il consolidamento costante delle finanze pubbliche. Dobbiamo fare così per creare le basi per una crescita sostenibile e la creazione di occupazione. Di fronte a queste sfide, siamo di fatto partner su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Un appello per la Resistenza Transatlantica alla Tirannia Aziendale

L’Europa mangia sé stessa con l’austerità, cacciando la sua popolazione nella povertà e contemporaneamente intraprendendo “riforme strutturali” volte a facilitare lo sfruttamento senza ostacoli delle risorse, dei mercati e del lavoro da parte delle imprese transnazionali. Anche gli Stati Uniti stanno attuando misure di austerità, sebbene scegliendo, invece, di creare fallaci ‘drammi del debito‘ cosa che coinvolge una pomposa parata di parole senza senso – ‘dirupo fiscale‘ [fiscal cliff] e ‘sequestro‘ – allo scopo di evitare la palese promozione dell’austerità, che potrebbe incoraggiare la gente a pensare correttamente alla Grecia come esempio.

I cosiddetti accordi di “libero scambio” funzionano come trattati di austerità transnazionale e di ‘riforme strutturali‘: concedono alle corporation accesso illimitato ai mercati, li proteggono dalla concorrenza, li sovvenzionano pesantemente, privatizzano tutto e di più, deregolamentano il più possibile, distruggono l’ambiente, e facilitano il saccheggio senza ostacoli delle risorse e lo sfruttamento del lavoro.

Non commettere errori: il Parternariato d’Investimento e Commercio Transatlantico (TTIP) è poco più di un colpo di stato aziendale transatlantico. Le corporation hanno creato la domanda per l’accordo, hanno incitato e promosso l’agenda con le élite politiche, e dirigono l’intero processo, assicurando che i loro interessi siano soddisfatti.

Sembrerebbe, quindi, che sia il momento per gli attivisti, gli intellettuali, e le comunità e le organizzazioni di stendere le braccia attraverso l’Atlantico, nel tentativo di creare una resistenza organizzata alla tirannia aziendale transatlantica, alla fusione e alla colonizzazione.

Le corporation stanno intraprendendo spinte senza precedenti per l’accumulazione di profitto e di potere, per la promozione di programmi e progetti che ri-modellano il mondo a loro immagine, trattando i governi come giocattoli, l’ambiente come un nemico, e impoverendo le popolazioni di tutto il mondo. Siamo testimoni di un progetto transnazionale di ingegneria sociale, guidato da grandi aziende, volto ad agevolare una concentrazione economica, finanziaria, politica e sociale nelle loro mani.

Benvenuti nell’era della Colonizzazione e della Fusione Aziendale Cosmopolitica.

Volete accettare questa come una cosa legittima? Volete accettare un tale accordo? Chi l’ha stipulato? Voi l’avete fatto? Siete stati consultati? Ne avete mai sentito parlare prima?

La vera domanda è: staremo seduti passivamente mentre veniamo guidati alla Estinzione Inc., o resisteremo per davvero, ci organizzeremo e faremo qualcosa al riguardo?

Appendice 1: La leadership del Consiglio Atlantico

Tra le leadership nel consiglio di amministrazione del Consiglio Atlantico c’è Brent Scowcroft, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale (per i presidenti Ford e Bush Sr.), Richard Armitage, James E. Cartwright, Wesley Clark, Paula Dobriansky, Christopher Dodd, Stephen Hadley, Michael Hayden, James L. Jones, Henry Kissinger, Thomas Pickering, Anne-Marie Slaughter, James Steinberg, John C. Whitehead, e con un gruppo di consiglieri onorari tra cui: Madeleine Albright, James Baker, Harold Brown, Frank Carlucci, Robert Gates, Michael Mullen, William Perry, Colin Powell, Condoleezza Rice, James Schlesinger, George Shultz, e John Warner, tra gli altri.

A capo del Business and Economics Advisors Group al Consiglio Atlantico, ci sono dirigenti delle seguenti aziende e istituzioni: Deutsche Bank, Institute of International Finance, Center for Global Development, AIG, BNP-Paribas, Rock Creek Global Advisors, la Stern Gruppo, Harvard, e il Peterson Institute for International Economics. L’Advisory Board Internazional del Consiglio Atlantico comprende Josef Ackermann (Presidente di Zurich Insurance), Shaukat Aziz (ex primo ministro del Pakistan), Jose Maria Aznar (ex primo ministro della Spagna), Zbigniew Brzezinski (ex consiglire per la Sicurezza Nazionale Statunitense), e alti dirigenti della Occidental Petroleum, SAIC, Coca-Cola Company, PwC, News Corporation, Royal Bank of Canada, BAE Systems, del Gruppo Blackstone, Thomson Reuters, Lockheed Martin, Bertelsmann, Novartis, e Investor AB, tra gli altri.

Appendice 2: Leadership del Marshall Fund tedesco

Il consiglio di amministrazione della GMF include una serie di dirigenti aziendali e commentatori di notizie, e i loro fondi provengono anche da una consorteria di governi, grandi fondazioni, e multinazionali tra cui: Bank of America Foundation, BP, Daimler, Eli Lilly & Company, General Dynamics, IBM, la NATO, il Rockefeller Brothers Fund, e USAID, tra molti altri.

Appendice 3: Direzione del Business Roundtable

Gli altri membri del comitato esecutivo sono gli amministratori delegati di Honeywell, Dow Chemical, Procter & Gamble, MasterCard, Xerox, American Express, Eaton, JPMorgan Chase, Wal-Mart, General Electric, Caesars Entertainment, Caterpillar, McGraw-Hill, State Farm Insurance , AT & T, Frontier Communications, e ExxonMobil.

Appendice 4: La leadership del ERT

A partire dal 2013, i membri della ERT includevano gli amministratori delegati di Ericsson, Siemens, Telecom Italia, la BASF, la Nestlé, Repsol, ThyssenKrupp, TOTALE, Rio Tinto, Fiat, Nokia, EADS, ABB, Lafarge, GDF SUEZ, BMW, Eni, BP , Royal Dutch Shell e Investor AB, tra molti altri.

Appendice 5: Corporate Partner di BusinessEurope

BusinessEurope conta tra le sue “aziende partner” notevoli conglomerati multinazionali che compongono la Corporate Advisory e il Gruppo di sostegno che “godono di uno status importante all’interno di BusinessEurope”, tra cui: Accenture, Alcoa, BASF, Bayer, BMW, BP, Caterpillar, Diamler, DuPont , ExxonMobil, GDF Suez, GE, IBM, Microsoft, Pfizer, Shell, Siemens, Total, e Unilever, tra molti altri.

Appendice 6: Le aziende rappresentate in seno al consiglio della Camera di Commercio degli Stati Uniti

Il consiglio di amministrazione della Camera comprende dirigenti e rappresentanti delle seguenti istituzioni e aziende: Accenture, Allianz of America, AT & T, Pfizer, FedEx, The Charles Schwab Corporation, Xerox, Rolls-Royce Nord America, Dow Chemical, Alcoa, UPS , Caterpillar, New York Life Insurance Company, Deloitte, il Carlyle Group, 3M, Duke Energy, Siemens, Verizon, IBM, e Allstate Insurance, tra molti altri.

Appendice 7: Membri della Task Force

Altri membri della task force rappresentavano istituzioni come: Tufts University, la rivista Foreign Policy, Standard Chartered Bank, Comitato Consultivo per il Commercio e le Imprese per l’OCSE, Facebook, un ex ambasciatore UE degli Stati Uniti, un ex vicepresidente senior della Banca Mondiale, Deloitte Touche e Susan Schwab, un ex Rappresentante del Commercio Statunitense.

Appendice 8: Rappresentanti Aziendali nel PEC

Il PEC di Obama comprende gli amministratori delegati e dirigenti di Boeing, Xerox, Dow Chemical, UPS, Walt Disney Company, Warburg Pincus, Caesars Entertainment, Ford, Verizon, JPMorgan Chase, Ernst & Young, e Archer Daniels Midland, tra gli altri.

Appendice 9: I partecipanti a New York Fed Conference

Il programma della manifestazione prevedeva il discorso di apertura del presidente della Federal Reserve di New York, William Dudley, e includeva anche l’ambasciatore dell’UE negli Stati Uniti, Joao Vale de Almdeida; il direttore generale della Commissione Europea per gli Affari economici e finanziari, Marco Buti, e individui della Columbia University, la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, il MIT, la Brookings Institution, l’Università di Cambridge, il think tank europeo Bruegel, Morgan Stanley, la European Banking Authority, l’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker che era presidente della tavola rotonda su “Dimensioni Transatlantiche della riforma finanziaria“, e Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario per gli Affari Economici e Monetari (una figura centrale della gerarchia dell’austerità’) come oratore ‘chiave’.

Andrew Gavin Marshall, 26 anni, è un ricercatore indipendente e scrittore con sede a Montreal, Canada. Egli è Project Manager del The People’s Book Project, capo della divisione geopolitica dell’Istituto Hampton, direttore di ricerca per Occupy.com s ‘Global Power Project e tiene una rassegna settimanale in podcast su BoilingFrogsPost.

http://andrewgavinmarshall.com/2013/05/12/large-corporations-seek-u-s-european-free-trade-agreement-to-further-global-dominance/

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Italian Translation: “Il linguaggio Orwelliano dietro la crisi della zona Euro”

The following is an Italian translation, courtesy of ZNet Italy, of my recent article, “Political Language and the European Debt Crisis.”

Il linguaggio Orwelliano dietro la crisi della zona Euro

di Andrew Marshall – 28 luglio 2012 – Roarmag

Il linguaggio politico serve a rendere credibili le bugie e rispettabili gli omicidi.
E serve a dare un apparenza di solidità a ciò che è solo vento.
– George Orwell, Politics and the English Language (1946)

Il linguaggio politico funziona attraverso eufemismi, con l’utilizzo di parole dal suono dolce o prive di significato che descrivano politiche e scopi malvagi e deleteri.
Nella crisi economica europea il linguaggio adottato da politici, economisti, tecnocrati e banchieri è costruito per fare in modo che politiche mirate a creare povertà e sfruttamento riescano a sembrare logiche e ragionevoli.
Il linguaggio in questione include frasi e parole simili:
austerità fiscale/consolidamento, aggiustamento strutturale/riforma, flessibilità lavorativa, competitività, crescita.

 
Per comprendere il linguaggio politico è necessario tradurlo.
Questo processo richiede quattro fasi:

  1. Osservare tale retorica come naturalmente priva di significato
  2. Esaminare le politiche intraprese
  3. Valutare gli effetti di tali politiche
  4. Se gli effetti non corrispondono alla scelta retorica iniziale e, nonostante questo, tali politiche vengono ripetute ancora e ancora allora gli effetti vanno tradotti come REALE SIGNIFICATO della scelta retorica iniziale.

In questo caso dunque la retorica ha un significato ma tale valore non corrisponde al suo significato apparente.

La crisi del debito ha seguito la crisi finanziaria del biennio 2007-2009 investendo prima la Grecia, poi l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia e la Spagna. Adesso questa situazione minaccia anche il resto del mondo.
Dei paesi citati solo l’Italia non è ancora stata “soccorsa” finanziariamente.
Con o senza questo “soccorso” le popolazioni dell’Europa sono comunque state forzate a subire “misure di austerità”, un eufemismo politico-economico per tagliare spese sociali, assistenza sanitaria, servizi sociali, posti di lavoro del settore pubblico e infine aumentare le tasse.
Davanti alle proteste della gente gli stati hanno risposto con agenti in tenuta antisommossa, manganelli, lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma.
Tutto questo viene chiamato “ristabilire l’ordine”.

Gli effetti dell’austerità sono l’aumento della povertà, la disoccupazione e la miseria.
I dipendenti vengono licenziati anche dai settori pubblici, i benefici sociali e l’assistenza vengono ridotti od eliminati, l’età pensionabile viene innalzata per costringere le persone a lavorare e tenerle lontane dal sistema pensionistico, a sua volta tagliato.
Tagli alla sanità ed al sistema scolastico chiedono un conto sociale e fisico.
Con la povertà aumenta l’esigenza di una migliore sanità che invece viene dismessa proprio quando è maggiormente necessaria.
Vengono aumentate le tasse e diminuiti gli stipendi.
Aumentano i debiti e gli insolventi.
L’obiettivo, ci viene detto, è la riduzione della spesa pubblica in modo che il governo possa ridurre il debito.

In Europa l’austerità è stato il richiamo preferito per le agenzie, le organizzazioni e gli individui che rappresentano gli interessi delle élite finanziarie.
A marzo del 2012 il OECD  (Organisation for Economic Co-operation and Development) ha suggerito all’Europa di adottare un programma di austerità della durata di minimo sei anni, dal 2011 al 2017, programma che il Financial Times ha definito “estremamente sensibile“.
Ad aprile del 2010 la  Bank for International Settlements (BIS) (BRI in italiano: Banca dei Regolamenti Internazionali) , la banca centrale delle banche centrali, ha chiesto alle nazioni europee di adottare misure di austerità.
A giugno del 2010 i ministri economici del G20 hanno concordato: era tempo di entrare nell’era dell’austerità.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel, sostenitrice europea dell’austerità, ha voluto dare il buon esempio al resto d’Europa introducendo le prime misure nel suo paese.
Dunque il leader del G20 si sono incontrati e hanno concordato che il tempo per gli incentivi economici era finito ed eravamo ormai prossimi al periodo della povera austerità.

Ovviamente una simile scelta ha trovato il plauso del presidente tecnocrate non eletto della Commissione Europea: Josè Manuel Barroso.
Anche il non eletto presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rampuy, ha concordato chiarendo con la sua esplosiva saggezza economica che l’austerità “non ha effetti reali sulla crescita economica“.
Jean Claude Trichet, presidente della BCE (Banca Centrale Europea) è ovviamente saltato sul treno dell’austerità scrivendo sul Financial Times che “adesso è tempo di ripristinare la sostenibilità fiscale“.
Jaime Caruana, amministratore generale della  Bank for International Settlements (BIS) ha dichiarato, a giugno del 2011, che l’esigenza di austerità era “più urgente che mai” mentre il presidente della BRI, Christian Noyer, anche governatore della Banca di Francia (e membro del consiglio della BCE) ha affermato che “non ci sono soluzioni possibili” per la Grecia se non l’austerità.

Ad aprile del 2011 i due presidenti dell’Unione Europea, Barroso e Van Rompuy, hanno sentito il bisogno di chiarire (nel caso qualcuno si fosse fatto un’idea sbagliata) quanto segue: “Alcuni credono che le nostre intenzioni siano quelle di smantellare lo stato sociale e l’assistenza. Non è così. Noi vogliamo salvare questi fondamentali aspetti del modello europeo. Vogliamo essere sicuri che le nostre economie siano sufficientemente competitive per creare lavoro e sostenere l’assistenza sociale di tutti i nostri cittadini. Ed è su questo che stiamo lavorando”.
In ogni caso, l’anno successivo, il nuovo presidente della BCE, Mario Draghi, (ex governatore della Banca D’Italia), ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal che “non ci sono alternative al consolidamento fiscale”, inteso come austerità, che il contratto sociale in Europa è “obsoleto” e che il modello sociale “ormai è già andato“.
Draghi ha chiarito anche che è necessario promuovere la “crescita” aggiungendo che “è per questo che le riforme strutturali sono così importanti“.
Il “pacchetto austerity” preparerà dunque stato ed economia per la fase successiva che, ci viene detto, renderà il paese “competitivo” e creerà “crescita”.
E’ così che i paesi pagheranno il debito totale, di cui i deficit sono solo una parte.
Questo processo è chiamato “aggiustamento strutturale” (o “riforma strutturale”) e richiede “competitività” per generare “crescita”.

Così come possiamo approssimativamente tradurre “austerità” con povertà in modo analogo possiamo tradurre “aggiustamento strutturale” con sfruttamento.
Dopo tutto niente funziona meglio con la povertà se non lo sfruttamento!
Come si verifica che un “aggiustamento strutturale” si trasformi in sfruttamento?
Beh, ovviamente attraverso competitività e crescita!
Gli aggiustamenti strutturali implicano che gli stati liberalizzino l’economia in modo che ogni elemento venga “deregolamentato” e che quindi tutte le proprietà statali vadano privatizzate (parliamo dunque di reti di comunicazione, ospedali, aeroporti, fiumi, acqua, risorse energetiche, aziende statali, servizi… etc. etc.)

Ovviamente la storia ci racconta che questo sistema incoraggia “investimenti” nel paese “proprio quando sono più necessari”.
L’idea suggerisce che le banche straniere e le multinazionali entreranno nel “mercato”, sceglieranno queste straordinarie realtà in vendita, chiariranno che tutto funziona meglio quando c’è “la competizione” nel “libero mercato” e che con i nuovi investimenti creeranno nuove industrie, impiegheranno mano d’opera locale, riavvieranno l’economia e, secondo il criterio della marea che solleva tutte le barche, innalzeranno gli standard di vita e aumenteranno le opportunità.

Ma prima che questo accada altri “aggiustamenti strutturali” devono essere contemporaneamente attivati.
Uno dei più importanti viene chiamato “flessibilità”.
Questo significa che se hai una tutela salariale, ore di lavoro ragionevoli, benefici, pensione… bene adesso non hai più nulla.
Se sei membro di un sindacato o sei coinvolto in una contrattazione collettiva (che tra gli altri strumenti conta il diritto allo sciopero) presto non lo sarai più.
Il motivo è semplice: vanno abbassati i salari per aumentare la competitività della forza lavoro.
Detto in modo ancora più semplice: meno soldi vanno nel lavoro durante il suo processo di produzione, meno costerà il prodotto finale sul mercato e di conseguenza risulterà più appetibile sul mercato.
Sempre di conseguenza con salari più bassi arrivano profitti più alti.
Lo stesso Mario Draghi ha segnalato che le “riforme strutturali” di cui ha bisogno l’Europa sono “le riforme dei prodotti e dei servizi” e che “la riforma del mercato del lavoro assumerà caratteristiche diverse secondo i diversi paesi”.
Ha aggiunto che l’obiettivo è di rendere “i mercati del lavoro più flessibili ed equi di quanto non siano adesso”.
Non è carino?
Vuole rendere i mercati più equi.
Questo vuole dire che, dato che alcuni paesi hanno tutele per diverse categorie di lavoro, questo non è corretto nei confronti di chi non ha protezioni perché, come spiegato da Draghi, “in questi paesi c’è un doppio mercato del lavoro: estremamente flessibile per i giovani e fortemente rigido per la parte tutelata della popolazione”.
Attualmente i mercati del lavoro sono squilibrati perché fanno gravare il peso della flessibilità sulla parte giovane della popolazione”
Dunque per rendere i mercati equi devono tutti essere ugualmente sfruttati  e ugualmente flessibili.

La flessibilità “specializzerà” il paese nella produzione di pochi selezionati beni che saranno dunque prodotti meglio, a prezzo più conveniente e in quantità maggiore che altrove.
Quindi l’economia andrà bene e migliorerà la vita di tutti… tranne per lo stipendio!
Infatti l’aumento del salario e dei compensi riguarderà solo i dirigenti delle multinazionali, delle banche e dei governi.
Questo perché loro si assumono tutti i rischi (ricordate che voi non rischiate niente quando accettate passivamente uno stipendio ed un livello di vita che, qualitativamente, decrescerà molto in fretta) e di conseguenza devono ottenerne tutti i benefici.
Però con simili compensi cadranno anche delle briciole dal tavolo e finiranno in terra dove, alla fine, gente pagata con salari da schiavi potrà lottare nella speranza di sopravvivere.
Secondo una legge che, senza problemi, definirei “magica” tutto ciò permetterà che i poveri derelitti destinati ad una vita di stenti possano elevarsi e giovare dei frutti che derivano dal trovarsi in un paradiso moderno, tecnologico, capitalista e democratico.
O almeno così raccontano le favole.

Il risultato attuale, dimostrato ed ampiamente prevedibile, di questo “aggiustamento strutturale” mirato a farci raggiungere la “crescita” attraverso la “competitività” è lo sfruttamento.
La privatizzazione della struttura economica permette alle banche straniere ed alle multinazionali di arrivare e comprare le risorse, le infrastrutture e le ricchezze più in generale.
Dato che questo tipo di operazione viene attuata in situazioni di crisi ogni entità/prodotto/struttura viene letteralmente svenduta.
Questo si verifica perché tali banche e multinazionali fanno un “grosso favore” alle popolazioni ed ai governi decidendo di investire in zone ad alto rischio.
I soldi guadagnati dallo stato in queste operazioni servono a ridurre il deficit.
Per la gente comunque il risultato però è disoccupazione di massa, aumento di prezzi, aumento del costo dei servizi di base ed aumento della povertà.
Ma ovviamente le privatizzazioni hanno dei benefici, ricordate: incoraggiano la “competitività”.
Se ogni cosa viene privatizzata tutti faranno a gara per vedere il miglior prodotto al prezzo più basso e tutti potranno prosperare in una società di perenne abbondanza.

Quello che in realtà accade è che le multinazionali e le banche, che comunque già posseggono gran parte delle risorse mondiali, adesso posseggono pure voi.
Non è competizione perché, in ultima analisi, sono quasi tutti cartelli collusi gli uni con gli altri al fine di sfruttare risorse e beni in giro per il mondo.
La competizione è solo per chi produce, controlla e sfrutta di più rispetto agli altri.
Ma in fondo a questo sistema tutti gli altri restano poveri.
Viene chiamata “competitività” ma significa controllo.
Quando dunque si dice che l’economia necessita di “competizione” quello che davvero si sta dicendo è  che è necessario un maggior controllo.
E questo controllo devono metterlo in atto le multinazionali e le banche.

Le aziende statali vengono semplicemente chiuse, gli impiegati sono licenziati ed i prodotti o le risorse che quell’industria produceva vengono di conseguenza importati da un altro paese o multinazionale.
Una multinazionale altro non fa: prende il controllo di un bene od una risorsa locale e la estrae o la produce per propri fini.
Ma questo richiede lavoro.
Ed è una buona cosa che la forza lavoro abbia la schiena spezzata da austerità ed aggiustamenti dato che questo approccio evita tutele lavorative, paghe decenti, ore di permesso, sindacati a difesa o più in generale elimina i diritti dei lavoratori.
Ovviamente il prodotto finale dunque risulta più economico e di conseguenza più “competitivo”.

Questo potrebbe rivelarsi estremamente remunerativo per le multinazionali che si assumono tutto il rischio (ricordate: non contate nulla. Partite con poco e dunque poco avete da perdere. Loro hanno molto e dunque molto possono perdere. E’ questo che significa rischio)
Se i lavoratori provano a creare un sindacato, organizzandosi per chiedere un salario più alto la proprietà può semplicemente chiudere l’impianto, spostare il lavoro altrove dove sia possibile trovare forza lavoro più flessibile.
O, al più, possono assumere immigrati locali e pagarli meno per farli lavorare più ore lasciando voi senza lavoro.
Questa si chiama “flessibilità”.
“Flessibilità” dunque si potrebbe tradurre in “lavoro a basso costo”: portare tutti ad un livello di standard lavorativo equamente basso incoraggiando dunque “l’utilizzo della mano d’opera” ovvero lo sfruttamento.

Nel “Terzo Mondo” questo risultato è stato perfettamente raggiunto attraverso le “Export Processing Zones (EPZs)”  (“Zone industriali di esportazione” in italiano).
Questo termine designa aree specifiche al di fuori del controllo di uno stato dove le multinazionali siano libere di creare aziende per sfruttare senza vincoli la forza lavoro.
Sono importate le risorse necessarie per la creazione del bene che, una volta prodotto, viene esportato all’estero, libero anche dalle tassazioni nazionali  vigenti.
In sostanza le EPZ sono colonie territoriali delle multinazionali.

Alla fine del maggio del 2012 è stato segnalato che la Germania stava cercando “alternative” rispetto alla sua specifica gestione dell’austerità.
Di conseguenza è stato presentato un piano in sei punti per spingere la “crescita”.
Uno dei punti più interessanti è quello di creare “zone ad economia speciale da situare in paesi posti alla periferia della zona Euro” in modo che “gli investitori stranieri siano attratti verso queste zone per mezzo di incentivi fiscali e minori regolamentazioni“.
Essenzialmente possono essere viste come EPZ per la zona euro.
Questo piano prevede anche la creazione di fondazioni che organizzino la vendita di realtà statali all’interno di un più ampio progetto di privatizzazioni.
Inoltre, sempre secondo Berlino, sarebbe necessario un “sistema educativo dualistico che  combini il processo educativo standard ad una scuola vocazionale con apprendistato presso le aziende per permettere di combattere in questo modo l’alto tasso di disoccupazione giovanile”
In altre parole niente più educazione accademica per i giovani quanto piuttosto educazione “vocazionale” o “orientata al lavoro” in modo che i giovani non debbano avere grandi aspettative e siano già pronti ad una vita fatta di lavoro.
Ovviamente non poteva mancare in tale piano un maggiore sforzo per creare “flessibilità”, sforzo che avrebbe permesso “una perdita di vincoli che rendono difficoltoso il licenziamento di dipendenti con contratto a tempo indeterminato, una possibilità di ridurre tasse collegate e contributi legati al sistema sociale”.
In altre parole: rendere più facili i licenziamenti, le paghe più basse eliminando inoltre eventuali benefici.

Lucas Papademos, mentre era presidente della BCE, in un’intervista del 2005 con il Financial Times, affermò che il potenziale di crescita europeo era positivo ma aggiunse anche: “C’è il rischio, a meno che non intervengano cambiamenti politici con riforme del lavoro e del mercato e che non cambino i comportamenti degli agenti economici privati, che questo crescita possa essere vista al ribasso”
Chiarì ancora: “Il modo in cui la potenziale crescita potrebbe aumentare è quello di mettere in pratica politiche che stimolino la crescita di produttività aumentando le ore lavorate e rendendo il mercato del lavoro più flessibile ed adattabile
Nel 2010 il governatore della  Bank of England, Mervyn King, ha affermato che l’Eurozona necessita di “riforme strutturali, modifiche nella logica degli stipendi in quei paesi che necessitano di tornare ad essere competitivi”.
L’ex presidente della BCE Jean Claude Trichet ha segnalato con entusiasmo che ciò che era davvero necessario era un programma di austerità “accompagnato da riforme strutturali che promuovano una crescita a lungo termine
In altre parole quello di cui abbiamo bisogno sono povertà accompagnata da sfruttamento per ottenere profitti a lungo termine.

L’European Financial Stability Facility (EFSF) (in italiano Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria) è stato guidato da un uomo di nome Klau Regling.
In un articolo che ha scritto per The Banker,  Regling ha segnalato che fondi come l’EFSF si attivano solo a condizione che vengano rispettati alcuni precetti che includono ovviamente misure di austerità ma anche “riforme strutturali come l’ammodernamento della pubblica amministrazione, il miglioramento delle performance del mercato del lavoro e una migliore gestione del sistema di tassazione fiscale con l’obiettivo di aumentare la competitività del paese e il potenziale di crescita“.
In altre parole le condizioni imposte ai paesi che ricevano aiuti consistono in programmi d’impoverimento (“austerità”), combinati con sfruttamento (“riforme strutturali”) attraverso privatizzazioni di aziende statali (“modernizzare l’amministrazione pubblica”) creando forza lavoro a basso costo (“miglioramento delle performance del mercato del lavoro) al fine di aumentare il controllo (“competitività”) ed  il profitto (“crescita”).

Mario Draghi, come presidente della BCE, ha chiesto un “patto di crescita” (o “patto per il profitto”) per l’Europa che vada di pari passo con un “patto fiscale” (o “patto di povertà”).
Queste parole hanno trovato subito il favore del nuovo presidente francese Holland, di Angela Merkel e di Barroso.
Merkel ovviamente ha tenuto a far sapere che, comunque, la crescita deve essere raggiunta attraverso “riforme strutturali“.

La combinazione di “austerità fiscale” e “aggiustamenti strutturali” viene generalmente definita “programma globale di aggiustamento strutturale” o “ristrutturazione dell’economia”.
Questo linguaggio è importante perché “ristrutturare” è una parola che descrive due processi:
uno è quanto deve essere fatto per evitare il default di un paese e far tornare tale paese ad una fase di crescita.
l’altro è l’approccio da adottare per gestire la situazione di un paese DOPO il default.
La parola è la stessa e le politiche sono simili solo che in un caso, quello del dopo default, i processi collegati sono inflitti in modo molto più feroce.
Il processo che, ci viene detto, dobbiamo subire per evitare un default in realtà è lo stesso processo a cui siamo destinati in caso di fallimento.
La combinazione di austerità fiscale e aggiustamenti strutturali è, in realtà, un lento e doloroso default.

Questa combinazione produce una vera e propria devastazione sociale.
E le parole “programma di aggiustamento strutturale”, “ristrutturazione” e “default” si possono benissimo tradurre in genocidio sociale.
Questi tre termini offrono ulteriori spunti: il sistema delle classi va ristrutturato in modo che la middle-class e la borghesia vengano spazzate via e finiscano nella povertà, i poveri devono essere invisibili e l’élite deve aumentare controllo e potere.
Il sistema economico e politico deve essere modificato per rendere realizzabile questa ristrutturazione.
E le promesse che recitano che la società e i governanti devono servire l’interesse del popolo, questo, soprattutto questo deve andare in default.
Non è lo stato a fallire.
E’ il contratto sociale a fallire.
Esattamente come ha detto Mario Draghi al Wall Street Journale “il modello sociale europeo ormai è già andato…il consolidamento fiscale è inevitabile ed è tempo per le riforme strutturali”
Ovvero un genocidio sociale.

Come dice Orwell nel suo saggio del 1946 il “linguaggio politico è formato in gran parte da eufemismi, discussioni inutili e vaghe approssimazioni”
Ma esistono comunque significati ed intenti celati dietro le parole.
Quando traduciamo il linguaggio della crisi europea del debito queste parole rivelano un mostruoso progetto di impoverimento e sfruttamento.
E vediamo anche le ragioni che si nascondono dietro tale utilizzo: nessuno, per ovvie ragioni, può apertamente parlare di impoverimento e sfruttamento ed è per questo che vengono usate parole come “consolidamento fiscale”, “riforme strutturale”.
Perché sono vaghe ed oscure.

Infine è sempre possibile dire “abbiamo bisogno di un pacchetto globale di austerità che sia messo in atto attraverso riforme strutturali quali la flessibilità… in modo che tutto questo produca una maggiore competitività e permetta una possibile crescita” invece di dire “dobbiamo impoverire la nostra gente, sfruttarli fino in fondo, creando forza lavoro a basso costo in modo che aumenti il controllo su di loro e crescano i profitti”.
Una simile onestà porterebbe alla rivolta e quindi è necessario usare un linguaggio politico.
In Europa il linguaggio politico è parte di una “dialettica del potere” che sostiene politiche e programmi finalizzati a sostenere coloro che già hanno molto permettendo loro di avere ancora di più a scapito di chi ha poco o niente.
Per impoverire, sfruttare ed opprimere.
Per punire.
Per profitto.
Andrew Gavin Marshall è uno scrittore ed un ricercatore indipendente.
Si trova in Canada, a Montreal.
E’ autore di numerosi articoli di natura sociale, politica, economica e storica.
E’ responsabile inoltre del The People’s Book Project.
E’ disponibile un suo podcast settimanale in inglese “Empire, Power, and People,” su BoilingFrogsPost.com

 

www.znetitaly.org

Fonte: http://roarmag.org/2012/07/the-orwellian-language-behind-the-eurozone-debt-crisis/

Traduzione di Fabio Sallustro

Traduzione © 2012  ZNET Italy

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